Jo Catauso


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Con voce greco-latina lo chiamano «Catauso», da κάτω, giù, in basso e -os-oris della lingua latina che vuol dire, bocca, imboccatura, apertura, entrata, foro. Immenso sprofondamento della terra che nei secoli ha «inghiottito» storie, leggende e rifiuti a non finire. Al suo interno, stalattiti e stalagmiti, spelonche, laghetti. Un paesaggio sotterraneo, sui cui sgranare gli occhi e che ha già incantato speleologi, ma che oggi appare inaccessibile e dimenticato come un male da rimuovere.

Con i suoi 136 metri di  profondità, la grotta del Catauso, rappresenta un inghiottitoio di grosse dimensioni, quasi il triplo come portata di acqua del Pozzo Comune di Carpineto Romano. Fin dal 1765, la voragine è rappresentata nella carte di G. Astolfi, ma le prime esplorazioni di una certa importanza, dal punto di vista strettamente speleologico, sono state compiute nel 1928 (24 giugno 1928 condotte dal CSR (C. Franchetti, E. Jannetta, Bertocci, F. Botti) e nel 1931 (9 luglio 1931 (C. Franchetti, C. Zileri, A. Datti) da squadre di speleologi guidati dal barone Franchetti senza comunque riuscire a raggiungere il fondo. Nel 1956 (8 giugno 1956 (E. Callori, M. Chimenti, De Cosa, M. Franchetti, G. Lepri, F. Pansecchi, L. Pietromarchi, E. Spicaglia, F. Schirò, G. Van den Steen) venne raggiunto il fondo. Oggi, una distesa di vegetazione ricopre la bocca della voragine carsica (forse un tempo luogo di riti sacrificali) che si apre alla base di una parete di roccia di una decina di metri dal piano campagna, con un diametro di circa 8 metri, nel quale confluiscono due fossi, fra i quali si interpone un rilievo.

La squadra per questa attività esplorativa è composta da Renato Donati (capo spedizione), Stefano Siloni, Donato Brienza e Alberto Tinarelli (appoggio esterno). Di seguito è riportato in estrema sintesi il resoconto dell'attività svolta.  

“”””(...) entriamo dal fosso principale, dopo aver predisposto un deviatore - a volte invece di usare un frazionamento affinché la corda non tocchi la parete si può usare un deviatore. Questo è costituito da un moschettone collegato ad un cordino opportunamente ancorato e di lunghezza tale che la corda di progressione passando per il moschettone sia deviata dalla verticale e quindi dal punto pericoloso - e frazionata la nostra discesa a pochi metri dalla partenza, con un salto di circa 25 metri atterriamo nel punto più alto del terrazzo, per proseguire con una serie di gradoni fino ad un salto di 7 metri (complessivamente circa 40 metri). L’ambiente è maestoso, dove le ampie colate calcitiche che lo adornano sui lati creano quasi un paesaggio surreale. Alla base della grotta, peraltro ingombra di grandi massi, la volta si abbassa fino a circa 5 - 8 metri di altezza. Proseguiamo la nostra progressione e dopo un ulteriore salto di circa 4 metri, veniamo proiettati in un’ampia galleria interrotta da un pozzo di circa 18 metri di profondità.

Alla base del pozzo troviamo una grande depressione completamente asciutta, fatta eccezione di un piccolo ristagno di acqua, formatosi a pochi metri di distanza.

La galleria alquanto alta e larga, prosegue per una ventina di metri, fino ad arrivare subito dopo ad una curva e ad un salto di circa 5 metri, alla base del quale si scorge una profonda vasca allagata. Al di là della vasca, si intravede l’inizio del meandro, lo stesso risulta parzialmente ostruito da materiale di varia natura.

Al ritorno il sole estivo è riuscito ad insinuarsi nell’apertura della volta e attraversando l’aria satura di umidità disegna traiettorie precise sulle pareti.

Seguiamo affascinati questi fasci luminosi approfittando di questa occasione più unica che rara in una grotta, per realizzare delle foto quanto mai originali sfruttando la luce naturale del raggio di sole a quasi quaranta metri di profondità!

Si ha appena il tempo di fare qualche scatto, che il raggio di sole scompare nel nulla lasciandoci alla luce delle nostre lampade. Gli straordinari contrasti di luce formatisi nella totale oscurità della grotta sono rimasti impressi nella nostra mente. Già appagati da questo spettacolo inatteso che la natura ci ha offerto, continuiamo, la nostra risalita dal fondo.

Fin dal primo salto, ci troviamo contornati di rifiuti di ogni tipo (contenitori e brandelli di plastica, palloni, materiale vario, ecc).  In una cengia del pozzo da 18 metri, veniva rinvenuto parte di un motore, mentre subito dopo la curva che conduce al laghetto (vicino al meandro) si rinveniva il cestello di una lavatrice. Il tutto contornato da vari tronchi incastrati a diverse altezze che formano una barriera a questi detriti. Probabilmente  il Catauso veniva e viene tuttora utilizzato dagli abitanti di Sonnino come discarica. Sicuramente nel periodo invernale le acque lo percorrono violentissime, come testimoniano i tronchi e vario materiale detritico incastrati ad altezze considerevoli sopra il fondo della grotta (...).

Gli ambienti carsici presentano una elevata vulnerabilità all’inquinamento, e sono per questo motivo generalmente interessati da problemi di degrado. Le caratteristiche geologiche, morfologiche, ed idrogeologiche favoriscono fortemente il movimento di contaminanti verso le falde. Da qui la necessità di proteggere l’ambiente ipogeo, non solo inteso come grandi e spettacolari cavità, ma anche fessure e inghiottitoi, con mirati interventi riguardanti le attività umane anche del soprassuolo, come rivelano i vari rifiuti abbandonati.

Si ringrazia, Luciano De Angelis che con la sua disponibilità e fattiva collaborazione ha permesso di visitare questo straordinario ed imponente ambiente ipogeo, nonché Vincenzo Frateschi per la straordinaria documentazione fornitaci, così da accrescere la nostra conoscenza su questo enorme inghiottitoio.

 

galleria fotografica "Jo Catauso" del 26 luglio 2009

galleria fotografica "Jo Catauso" del 8 agosto 2009


 

Ultimo aggiornamento (Mercoledì 14 Marzo 2012 12:45)

 
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